ISTITUTO  TECNICO STATALE

COMMERCIALE     E   PER  GEOMETRI

"GIOVANNI XXIII"    RIBERA

I CAMBIAMENTI STRUTTURALI NELLE REGIONI DI FRONTIERA

(Basse- Normandie, Lorraine,Saarland,Sicilia)

Anno Scolastico  2002-03                                                                       Dirigente  Scolastico  

                                                                                                                    prof. Carmelo Mangione

Elaborazione grafica   Prof.ssa  F. Ruvolo  -  Arch. F. Mazzotta  -  Ass. Tec. C. Lino


PROFILO  STORICO  DELLA  CITTÀ  DI  RIBERA  

Ribera, cittadina della provincia di Agrigento, si trova a sud-ovest della Sicilia, su una collina a 220 metri sul livello del Mar Mediterraneo, dal quale dista circa 9 Km. dove si trova la spiaggia di Seccagrande

Essa conta circa 15 mila cittadini residenti, esclusi gli emigrati che sono sicuramente molti di più; per la fertilità dei terreni e per la mitezza del clima, ha sviluppato la propria economia su basi eminentemente agricole, specialmente con la coltivazione degli agrumi. Il suo territorio confina con i comuni di Calamonaci, Caltabellotta, Sciacca, Cattolica Eraclea, Cianciana. Ribera dista circa 50 Km da Agrigento e 130 Km da Palermo.

La cittadina non è certo un paese antico: le prime case sorsero verso il 1636 nella piana di Stampace ( oggi quartiere di Sant’Antonio). Ciò avvenne su iniziativa del principe di Paternò, Luigi Guglielmo Moncada, che fece trasformare un magazzino in chiesa e, nel contempo, diede incarico alle maestranze del luogo di costruire i primi agglomerati urbani e le prime strade ( queste ultime larghe, diritte e ben tagliate). Per il nuovo comune scelse un nome spagnolo: Ribera.

 

Il motivo della scelta di questo nome trovò una spiegazione l’anno successivo, con il matrimonio tra il Moncada e Maria Afan de Ribera.

Ribera è un paese urbanisticamente lineare e semplice, con pochi beni monumentali, tra l’altro o abbandonati    ( come il castello di Poggiodiana e le tombe dell’Anguilla) o non più esistenti come tali   (come la casa natale di Francesco Crispi, della quale rimane la sola facciata esterna, essendo stato interamente ristrutturato l’interno, ora adibito ad abitazione privata). 

                 

Secondo alcuni storici, il castello di Poggiodiana risale al IX secolo d.C. e venne costruito dai Saraceni; secondo una tesi più accreditata, esso risale al XII secolo d.C. e venne costruito dai Normanni. La costruzione di castelli, diffusasi in tutta l’Europa a partire dal X secolo, si giustificava con l’esigenza di assicurare al signore una residenza fortificata e allo stesso tempo di ospitare, in caso di attacco nemico, i contadini delle campagne circostanti.

Il castello di Poggiodiana sorge a quattro Km da Ribera, su un colle a 200 metri di altezza; attualmente si può raggiungere solo a piedi, attraverso un viottolo di campagna. L’edificio, originariamente chiamato “ Misilcassin” , ( dal nome del feudo nel quale ricadeva ) era rettangolare, in pietra arenaria, con finestre piccole, Torre merlata, due ingressi che davano su un grande cortile. Un muro alto e spesso lo difendeva all’esterno, e un altro muro formato dai fabbricati interni chiudeva la fortezza.Nel 1392 il castello fu concesso da Federico II al conte Guglielmo Peralta, signore di Caltabellotta; in seguito passò ad Artale Luna, nobile di Sciacca, che aveva sposato Margherita Peralta, erede della  contea di Caltabellotta. Il 7 novembre 1510 Gian Vincenzo de Luna, signore di Caltabellotta, sposato con Diana Moncada, ebbe l’investitura del feudo Misilcassin e con essa, del castello che intitolò alla moglie; da allora il castello fu denominato “ Poggio Diana”.Esso diventò la residenza invernale dei Moncada, che lo prediligevano per il clima mite e la bellezza dei dintorni. Tuttavia, la popolazione continuava a vivere nella miseria. Nonostante l’abolizione del feudalesimo, la proprietà terriera era nelle mani di poche persone e le attività agricole e di allevamento seguivano sistemi molto tradizionali. Finalmente, nel 1922, i quattro feudi che costituivano il territorio di Ribera, furono ceduti dal duca di Bivona, Antonio de Toledo, ai privati.Grazie all’intervento delle banche locali, molti ebbero la possibilità di ricorrere al prestito per acquistare un pezzo di terra.

 

     

 Iniziò così quel progresso che portò alla costruzione della centrale elettrica, della scuola elementare F. Crispi, della scuola d’avviamento, del campo sportivo, del cinema Vella. Tale progresso sociale ed economico conobbe una battuta d’arresto con lo scoppio della seconda guerra mondiale, per riprendere dopo la fine del conflitto. Alla fine del 1946 il prefetto di Agrigento decretò la concessione di alcuni ex-feudi riberesi alle cooperative contadine del luogo: da quel momento Ribera ha conosciuto un mutamento che, fino a qualche tempo fa, ha reso evidenti i miglioramenti economici e sociali di tutta la popolazione. Tutto il resto, è storia recente.  

 

L’ECONOMIA DI RIBERA  E DEL SUO INTERLAND

Ribera è una cittadina che, con i suoi 350 anni di giovane storia, ha saputo fondare la sua ricchezza in buona parte sull’agricoltura. La pregevole produzione agricola, la notevole presenza dell’acqua dei fiumi, la fertilità dei terreni delle valli del Verdura, Magazzolo e Platani, la vivace laboriosità e la caparbia imprenditorialità degli agricoltori sono stati i denominatori comuni del benessere economico.Oggi l’agricoltura ha subìto profonde trasformazioni e nelle colture e nei mezzi agricoli. Sono scomparse le colture cerealicole e gli animali da soma che sono stati sostituiti, a partire dagli anni del dopoguerra, rispettivamente, da rigogliosi frutteti, da moderne e sofisticate motozappe e da veloci veicoli di locomozione.Gli anziani ricordano con nostalgia gli anni di una civiltà tradizionale in via di estinzione, i giovani, invece, sembrano incuriositi e desiderosi di conoscere le radici umane, sociali ed economiche delle loro famiglie.  

SVILUPPO DEMOGRAFICO DELLA SICILIA          ---         TRA IL XVI E IL XVIII SECOLO

Tra la fine del ‘500 e gli inizi del ‘700 in Sicilia (1) sorsero più di cento nuovi comuni: da 173 nel 1502 passarono a 338. Quali i motivi? La popolazione era passata da 502.761 abitanti nel 1502 a 1.474.047 abitanti nel 1798; si era triplicata in quasi trecento anni. (2) Questo consistente  incremento, sebbene graduale, indusse il governo spagnolo a prendere i provvedimenti che il caso imponeva.  L’aumento degli abitanti significava un maggior numero di bocche da sfamare, ma anche un maggior numero di braccia-lavoro per l’agricoltura. Occorreva comunque correre ai ripari. Le soluzioni potevano essere due: la prima, di trasformare le tradizionali colture mettendo in atto un processo di rinnovamento agrario, come ne medesimo periodo avveniva in Gran Bretagna; la seconda di seguitare con essi, ma incoraggiare la messa a coltura della vasta zona dei latifondi.  La prima, plausibilmente non sarà stata nemmeno presa in considerazione poiché c’erano dei difficili problemi da sormontare e la condizione politico-sociale del tempo non lo permetteva; la seconda al contrario avrebbe permesso la messa a coltura dei latifondi e nello momento avrebbe permesso, con adeguate agevolazioni, ai nobili del tempo di avere la possibilità di accrescere ulteriormente sia il proprio patrimonio che il proprio rango sociale.

PRODUZIONE AGRICOLA  

L’agricoltura è stata, è e sarà sempre alla base dell’economia, della sopravvivenza e della vita dei popoli. Naturalmente cambiando il periodo storico ed il luogo possiamo cambiare di conseguenza i fabbisogni, i metodi di coltivazione di un certo tipo di colture. Al grano in particolare era allora legata l’esistenza; una cattiva annata poteva avere disastrose conseguenze per la popolazione.     I metodi di lavorazione e semina erano molti diversi da quelli di oggi; non era neppure attuato nelle nostre zone ad esempio il metodo della rotazione agraria. Alla fine di ogni due raccolti, infatti, il terreno veniva fatto riposare per due anni: se nel frattempo veniva solo arato, si chiamava a         « maisi » (cioè maggese); se veniva lasciato con la stoppia si diceva a  « ristucci ». Dopo il 1531 altri lavoratori affluirono per la coltivazione di un cereale nuovo: il riso. Esso esigeva un lavoro penoso. In primavera i risaioli entravano nella risaia inondata per estirpare le erbe cattive con le mani; poi provvedevano al levare l’acqua dalla risaia per rinforzare le piante di riso e rendere possibile il getto di nuove radici.

Era quella la stagione più nociva e molti ne risentivano, contraendo la malaria, gli effetti resi più gravi dalla mancanza di cure efficaci, dalla scarsezza del cibo e dal lavoro prolungato. Appunto per difendersi dalla malaria e per ragioni di sicurezza personale, nella impossibilità di fare ritorno a Caltabellotta nello stesso giorno, quei lavoratori ben presto finirono col raccogliersi al tramonto al piano S. Nicola, distante dal Verdura quattro chilometri. Il luogo era ricco d’acque che prendevano nome dalla località (Santa Rosalia, Canale, Giordano) o dalla qualità (Acqua Amara, Acqua dei Malati). Per altro, per la sua posizione in altopiano (m. 220) aperta e ridente, offriva uno stupendo, ampio panorama: la montagna di Caltabellotta col centro abitato; il monte Nadore; il monte Cronio, e più vicini: l’orrido di S. Rosalia; la sottostante vallata del Verdura; il mare.    Là furono costruite le prime case, con buon tufo arenario, estratto da cave aperte alquanto più a monte.  

 

  UNITA’ COMUNALE  

Nel 1841 il comune di Ribera produsse 5000 quintali di riso e fu classificato il primo centro di produzione di riso dell’isola. Era  un primato non individuale perché – contrariamente all’assicurazione data dai medici che la dilatazione dei miasmi non oltrepassava il raggio di tre miglia – stava la realtà allarmante dell’entità dei danni cagionati dalla malaria alla salute della popolazione.  

Il territorio produsse – oltre al riso – attrezzi agricoli ed animali, in piena stagione autunnale (nonostante l’importanza e la durata di quella che aveva luogo nella stagione estiva nei giorni 7 - 8 e 9 settembre in una con la festa della Madonna delle Grazie) e si istituiva così, in coincidenza della ricorrenza della commemorazione dei defunti, quella del 1 e 2 novembre. In particolare sempre più sentita era la necessità di vie di comunicazione con altri paesi, città e marine, ma sul riguardo i provvedimenti governativi non incoraggiavano speranza alcuna perché, se anche c’era qualche inizio di esecuzione di strade (Palermo – Girgenti; Palermo – Sciacca; Palermo – Trapani; Palermo – Messina), Ribera rimaneva tagliata fuori.

 

COMUNE DEL REGNO D’ITALIA  

Per la scarsa possibilità dei mezzi il nuovo assestamento si rilevò lento ed insufficiente.Le risaie vennero soppresse ma i risultati non furono quelli sperati, perché, pur non arrivando più la malaria in tutta la sua intensità ad ammorbare l’abitato, i due fiumi restavano sempre centro micidiale d’infezione.  La popolazione viveva, come prima, nella miseria. Giornalmente – e lo spettacolo si protrasse sino agli inizi del secolo XX – vecchi e bambini andavano per le vie stendendo la mano per avere un pezzo di pane. Gli stessi vecchi, nelle ore antimeridiane di ogni venerdì immancabilmente si adunavano, sempre a scopo di elemosinare, davanti alle abitazioni dei più ricchi (Parlapiano, Pasciuta e qualche altro) e la loro condizione diventava tragica nel caso di malattia. Particolarmente  triste fu l’anno 1893 per lo scarso raccolto del grano e dell’orzo e per la distruzione di molti vigneti fatti in breve tempo dalla filossera. In realtà il grave permanente disagio della popolazione era effetto della disorganizzazione economica e sociale del tempo. Nonostante l’abolizione della feudalità, la proprietà in quegli anni continuava ad essere quasi tutta nelle mani di pochissimi e le attività dominanti restavano l’agricoltura e la pastorizia, sempre tradizionalmente praticate. Tre, quattro volte all’anno attraversavano le vie del paese, preannunziate dal suono di campanacci, grosse mandrie di bovini e, dai belati, quelle di pecore in trasferimento dalla valle del Verdura a quella del Magazzolo e viceversa. Erano scomparse le colture della canna da zucchero e del riso, decadute le produzioni del tabacco, della canapa e del lino; oliveti, mandorleti e vigneti costituivano, col grano, i maggiori cespiti d’esportazione. Tuttavia anche le terre messe a coltura cerealicola in definitiva non alleviavano la miseria dei coltivatori. Gli strumenti di lavoro si riducevano sempre a quelli primitivi della zappa e dell’aratro a chiodo; s’ignorava l’impiego di fertilizzanti; le condizioni di sicurezza imponevano in ogni ex feudo la presenza del campiere, 

dal quale il coltivatore dipendeva del tutto, cosicché, dopo un anno di dure fatiche, al coltivatore così poco che – per lui – arrivare ad assicurarsi un paio di lire al giorno costituiva ragione di grande felicità e fortuna. Non pochi costretti dal bisogno ricorrevano a prestiti ma le condizioni imposte dal mutuante erano talmente onerose che il debitore finiva col non potere pagare nemmeno gli interessi: di solito due soldi per ogni lira al mese e cioè il 120% all’anno. Ne deriva che l’emigrazione appariva come l’ultima via di salvezza e chi poteva lasciava il paese.  Agli inizi del ‘900 come programma idoneo a porre il Comune fra i più fortunati paesi d’Italia proponeva: utilizzazione delle acque dei due fiumi Verdura e Magazzolo; costruzione di case popolari nell’abitato; stipula di contratti agrari di lunga durata direttamente fra i proprietari e i coltivatori, con ogni esclusione dell’intermediario; uso di fertilizzanti; scuola professionale o, quanto meno, l’impianto di un campicello sperimentale; disciplina nella vendita di generi alimentari ed in particolare del vino e delle carni; disinfezioni in caso di malattie infettive; servizio di beneficenza a domicilio dei malati poveri; equa distribuzione dei pesi e dei balzelli; allargamento dell’elenco dei poveri. In quel tempo il comune contava 12.060 abitanti. Aumentarono le case ad uso abitazione ed accanto alla locanda sorse l’albergo, accanto all’osteria il ristorante. La fragola prima considerata come frutto grazioso, dal sapore e profumo squisiti, ma raro, e l’arancia, di scarsissimo consumo, ora erano largamente richiesti. La proprietà terriera e l’attività agricola non apparvero più come le uniche atte ad assicurare una posizione invidiabile e solida e molti del ceto medio videro, per i figli, negli studi la porta aperta verso l’avvenire. Con l’aiuto della Cassa fu costruito in paese un primo molino idraulico e la popolazione fu liberata dalla necessità di arrivare, per la molitura del grano, sino ai pressi del fiume Verdure. Poi il ritmo delle opere fu rallentato, sospeso… ed alla fine della guerra 1915-18 Ribera contò 126 suoi caduti, aumentati negli anni successivi a 186 per decessi in conseguenza di ferite riportate in combattimento

LOTTA CONTRO IL LATIFONDO

Anno 1919. La questione del latifondo diveniva scottante. C’era – ed erano pochi – chi riconosceva la necessità di una modifica dei contratti agrari in modo da migliorare le condizioni dei coltivatori.  Altri spolveravano il progetto di frazionamento del latifondo, presentato da Crispi.  Altri ancora non esitavano a scendere in lotta contro le maggiori fortune e chiedevano senz’altro la espropriazione della proprietà terriera, l’attribuzione di essa allo Stato e, per dare una dimostrazione di forza, finivano con l’invadere per poco tempo alcune terre, promettendone la distribuzione ai contadini.  L’agricoltura rapidamente si rinnovava: fragole, arance, banane e frutta diversa erano note non più solo in Palermo ma anche in altri centri della Sicilia e nei più importanti mercati. Si rinnovava anche l’abitato, ampliandosi con fabbricati decorosi, a primo piano, che arrivavano ormai alla stazione ferroviaria. Da allora notevoli sono stati i mutamenti registratisi nel territorio e nell’economia riberesi. Sono gradualmente scomparse le antiche coltivazioni di cereali, in particolare riso e frumento. Quasi del tutto abbandonati sono anche i campi di “fragoline” che hanno rappresentato, per un lungo periodo, la produzione caratteristica del luogo. Oggi è possibile reperirle soltanto nel breve periodo che va da aprile a maggio, in quantità limitate e non suscettibili ad essere commercializzate per l’estrema deperibilità del prodotto oltre che per l’insufficiente copertura territoriale. I campi di fragole hanno ceduto quasi completamente il posto ad una monocoltura di agrumeti che ha dato luogo a particolari innesti creando specialità locali come la famosa arancia “Washington Navel”.   Negli ultimi anni la crisi idrica, conseguente alla tropicalizzazione del clima, ha messo in ginocchio l’agricoltura riberese limitando la produzione di agrumi sui quali poggia  buona parte dell’economia del luogo, favorendo una ripresa del fenomeno migratorio.Il territorio circostante comprende numerosi e caratteristici paesi, fra cui citiamo:

Montallegro - Paese di circa 3500 abitanti, un tempo  centro di produzione di zolfo estratto dai depositi della Serie gessoso-solfifera. A testimonianza di tale attività, oggi rimangono,  ormai inattive, numerose “calcare”  che erano adibite alla produzione dello zolfo. Attualmente è un centro 

agricolo dove, nonostante la natura brulla del  terreno, si riescono a coltivare discrete quantità di olive, mandorle, uva da mosto e da tavola e cereali. Fiorente è la pastorizia.

Calamonaci  - Piccolo paese alle porte di Ribera che conta circa 1500 abitanti e che basa la sua economia essenzialmente sull’agricoltura che produce: olio, vino, agrumi e mandorle.  

Cattolica Eraclea – Centro di circa 5000 abitanti, famoso nel passato per la presenza di miniere di salgemma e di zolfo che sono state chiuse da qualche decennio, perché considerate antieconomiche vista la concorrenza internazionale. Ciò ha determinato un notevole  calo della popolazione che, in parte, ha dovuto emigrare verso Paesi di oltreoceano,( soprattutto in Canada), in Europa (soprattutto in Francia e Germania) e nelle città industrializzate del Nord Italia.   La sua economia si basa  quasi esclusivamente sull’agricoltura, un tempo rinomata per la coltivazione del pistacchio, e che oggi vanta vigneti, uliveti e mandorleti.

Teatro greco con attiguo museo archeologico, ubicato nella zona costiera adatta alla balneazione,frequentata per la limpidezza delle acque e per la frescura del bosco retrostante la spiaggia.  

Lucca Sicula - Centro montano di circa 2200 abitanti, dediti prevalentemente alla coltivazione di pescheti, mandorleti, uliveti e cereali. Nonostante l’asperità del territorio, l’agricoltura è stata meccanizzata e, di conseguenza, la produzione si è incrementata, determinando anche un cambiamento nei modi di vita della gente del posto. 

Villafranca Sicula Anche in questo paese la principale attività dei circa 1600 abitanti è l’agricoltura. Si coltivano infatti agrumeti, viti, olivi,mandorli e cereali. Da qualche tempo viene praticata, in alcune aziende a conduzione familiare, l’agricoltura biologica i cui prodotti vengono esportati soprattutto all’estero.  

UNA FINESTRA SU BURGIO

“A Burgio il turista è ancora classicamente considerato come un invitato degli Dei.” 

Al di là della cordialità e dell’alto senso di ospitalità dei suoi abitanti, Burgio offre al turista tre peculiarità: i beni culturali, l’artigianato artistico, il bosco.

Per quanto riguarda l’artigianato artistico questo paese del nostro territorio, si distingue per tre particolari attività  riconosciute a livello nazionale e internazionale: l’arte della fusione e realizzazione di campane in bronzo, la ceramica artistica, la lavorazione della pietra ricavata dalle cave del luogo. Oltre a queste, nel corso del tempo, si sono sviluppate  la lavorazione del ferro battuto e del vetro. 

CAMPANE CON QUATTRO SECOLI DI STORIA.

Da oltre quattro secoli una delle più alte espressioni dell’artigianato di Burgio è “la  fonderia di campane”, unica in Sicilia e una delle pochissime operanti su tutto il territorio nazionale, magistralmente diretta dalla famiglia Virgadamo.

 

Da vecchi documenti sottratti da ignoti ladri durante un furto alla fonderia, si rileva che la fusione delle campane è stata opera di un solo nucleo familiare. Infatti, i fondatori hanno sempre tramandato e custodito gelosamente, di padre in figlio, il segreto della fusione, fino a quando, per mancanza di figli maschi, intorno al 1690, i vecchi maestri artigiani furono costretti a trasmettere ad uno degli antenati dell’attuale titolare della fonderia questa affascinante arte, praticata ancora oggi con i sistemi, le strutture e gli strumenti di allora. La tecnica della fusione richiede fasi di lavorazione molto complesse. In primo luogo si sviluppa su carta la misura della campana e, poiché ognuna deve avere un particolare accordo musicale, viene utilizzata una tabella con i rapporti tra note, diametro e peso e con questi dati si elabora il modello su  carta, che viene messo su legno sagomato e posto su un asse rotante per ottenere la forma.  Si costruiscono, poi, “ tre pezzi”, uno sull’altro: prima il “maschio”, poi la “negativa” o falsa campana, infine la “cappa”, utilizzando creta bianca, concime stallatico, canapa e crine di cavallo.  Per le iscrizioni e i fregi esterni si utilizza un getto di gesso e uno di cera vergine di ape, si applica il disegno in creta a stampa nella falsa campana. Si pennella, poi, la forma in creta e si infiamma l’interno della stessa in modo da farla riscaldare e far sciogliere i fregi, quindi si tolgono la cappa e la falsa campana: lo spazio rimasto dà lo spessore della campana vera e propria. 

Prima della fusione, si interrano le forme in una fossa, ricoperta di paglia, arbusti e terra per evitare dilatazioni. Per la fusione a fiamma riverberata si adoperano stagno vergine e rame rosso per la forma in bronzo che fonde a 1.100 gradi circa di temperatura e viene mescolato con legno stagionato per evitare che il bronzo indurisca se imbevuto di acqua. Quando il metallo è al punto giusto di liquefazione in alcuni fori laterali del forno fluiscono rivoli incandescenti che raggiungono le forme interrate per mezzo di percorsi già predisposti.

I rintocchi delle campane di Burgio si possonoascoltare oltre che in numerosi centri della Sicilia (Chiusa Sclafani, Giuliana, Corleone, Palermo) e del territorio nazionale, anche nel Madagascar, nello Zaire, nello Zambia, in Venezuela e persino negli U.S.A..

LA PRODUZIONE DI CERAMICA

Burgio è uno dei pochi centri dell’Agrigentino dove ancora oggi sono presenti i resti delle  officine degli antichi vasai dove venivano prodotti manufatti di argilla con gli stessi metodi introdotti dai coloni della Magna Grecia. Le origini della produzione ceramica si possono far risalire alla seconda metà del XV secolo, quando alcuni ceramisti di Caltagirone si trasferirono a Burgio impiantando le prime officine. A questi maestri si aggregarono in seguito altri ceramisti del luogo che hanno favorito la diffusione delle particolari tecniche, dando alla ceramica di Burgio caratteristiche particolari per forme e colori. Burgio dunque divenne un centro di notevole importanza per la lavorazione della maiolica e tale attività, affiancata al commercio, si diffuse ben presto in tutto il territorio circostante fino al capuologo dell’Isola.Della lunga tradizione degli antichi ceramisti esistono numerose testimonianze nei vari musei della Sicilia e in collezioni private.

Tanti attrezzi e utensili venivano creati in terracotta e ceramica. La civiltà contadina ha utilizzato molti di questi manufatti sino all’avvento di nuovi materiali che hanno sostituito l’argilla come materia prima e i prodotti artigianali con essa realizzati.Gli oggetti realizzati vanno dalle semplici tegole a vasellame vario, a contenitori di acqua, olio, vino, spezie, aromi sia in terracotta che smaltate con procedimenti, tecniche e materiali particolari (piombo, stagno ecc) in uso ancora oggi.

Notevole la produzione di pavimenti in maiolica. I colori tipici sono l’blu cobalto, giallo ferraccia e verde ramina. Oggi, questi oggetti si conservano con funzioni decorative e sono particolarmente ricercati. Esistono a tutt’oggi due botteghe artigiane e Burgio ha avuto il riconoscimento di 32° comune d’Italia per l’originalità delle sue ceramiche. I giovani stanno riscoprendo tale “arte” valorizzando sempre più la tradizione utilizzanndo le tecniche apprese dai più anziani.

LA LAVORAZIONE DELLA PIETRA

A Burgio, la maggior parte dell’arredo urbano è stato eseguito con la presenza costante della pietra bianca locale, che da secoli è protagonista della scenografia urbana.  Abili ed anonimi artigiani dello scalpello, con paziente cura ed amore, hanno dato un aspetto singolare al centro storico del paese. Nelle tortuose viuzze e cortili  del centro  si notano portali, colonne che arricchiscono i palazzi e le civili abitazioni. Di portali se ne trovano di tutte le dimensioni e forme.

 Il rigore geometrico delle composizioni floreali arricchite con decorazioni a basso rilievo e con medaglioni e fogliame intagliato, offrono uno spiccato senso di accoglienza e costituiscono quasi un biglietto da visita del proprietario delle diverse abitazioni.La cava da cui si estrae la pietra tufacea che, per le sue speciali condizioni di solidità e di lunga durata all’aria senza deterioramento, si trova a poca distanza dall’abitato e viene anche sfruttata dai paesi limitrofi per particolari lavori di ornamento architettonico per interni ed esterni.

ORIGINI DEL  “WASHINGTON NAVEL”

 L’arancia più famosa di Ribera è quella  di tipo “Washington Navel” oggi ribattezzata con il nuovo marchio di “Riberella”. Queste arance si chiamano Washington perché le prime piante furono portate nella capitale americana per essere studiate ed osservate, e “Navel” (in italiano ombelico) il caratteristico buco che hanno all’estremità del frutto.Le origini del Washington Navel o Bahia sono piuttosto imprecise, risalgono alla Cina e precisamente alla Cocincina e alla Cina Meridionale, dove venne coltivata per la prima volta l’arancia dolce.  Le persone più facoltose ne iniziarono la pratica colturale. L’arancia dolce fu poi introdotta in India verso l’inizio dell’era cristiana. Dalla Cina in India l’arancia dolce fu probabilmente trasportata attraverso l’arcipelago Malese, la principale strada commerciale tra questi due paesi. In India la coltivazione si sviluppò spontaneamente. 

Gallesio afferma che gli arabi introdussero l’arancia amara e il limone in Palestina, Egitto, Europa del sud e nella costa orientale dell’Africa tra il XII e XIV sec.

In Palestina gli agrumi furono coltivati per un motivo religioso: nelle cresime, infatti, ciascun bambino portava un rametto di cedro. Sebbene sia stata riconosciuta un introduzione di arance fatta dai Genovesi nel 1425 circa, i portoghesi sono stati accreditati di aver portato le migliori selezioni di arance dolci dalla Cina nel 1520.

Indocina   Cina meridionale India,    Europa (Italia, Spagna e Portogallo) Nord America (Haiti, 1493),  Sud America (Brasile, 1530)

Questo fu il primo passo che fece dell’arancia dolce uno dei più importanti frutti a larga diffusione nel mondo.  I portoghesi introdussero l’arancia dolce a Madeira, nelle isole Canarie. Dalle isole Canarie Cristoforo Colombo, nel suo secondo viaggio, portò semi di arancia dolce Haiti e poi verso il 1518 la varietà venne diffusa nell’America centrale  e settentrionale. Questa fu la prima instaurazione dell’arancia dolce nel nuovo mondo. Nel Sud America l’arancia dolce fu introdotta in Brasile verso il 530 dai portoghesi. Sembra sufficientemente provato che il Washington Navel o Bahia ebbe la sua origine verso la fine del XVIII sec per la mutazione gemmaria in una pianta di arance Selecta nelle vicinanze di Salvador, la capitale dello stato di Bahia (Brasile) e dove fu largamente coltivato dopo le prime prove d’innesto effettuate da un giardiniere portoghese. L’introduzione che portò all’adozione del nome Washington e alla sua commercializzazione in California dove adesso cresce, avvenne nel 1870 quando dodici alberi furono spediti da Bahia e ricevuti da William O. Sanders del 

  Dipartimento di agricoltura a Washington. Sanders  innestò, con le gemme che riuscì a prelevare, diverse semenziali che piantò nelle sue serre.Parecchi anni dopo delle piante furono spedite da alcune persone in California. Tra coloro che ricevettero le piante ricordiamo L.C. Tibbets di Riverside. Furono le piante di Tibbets, che ebbero la denominazione di Washington. Piantati nel marzo del 1847, gli alberi di Tibbets cominciarono a fruttificare presto e i frutti attrassero l’attenzione locale.  Esibiti a una fiera locale di agrumi a Riverside nel 22 gennaio del 1879 ricevettero prezzi maggiori rispetto alle altre arance navel. Il Washington era così superiore che i coltivatori lo propagarono. La denominazione binominale di questa varietà è abbastanza chiara: Washington dalla città USA e nella quale venne introdotta, “Navel” cioè ombelico, dalla caratteristica presenza dello stesso alla base dei frutti. Nel territorio di Ribera l’introduzione di queste arance risale agli anni Trenta. Si racconta che un uomo, non bene identificato, proveniente da terre lontane, ebbe a portare alcune marze di una nuova varietà, dal nome strano ed inconsueto per la zona. Erano le marze della Washington Navel ossia di quella varietà che, sposandosi ottimamente con le condizioni climatiche della zona, ma grazie anche alla laboriosità degli agricoltori locali, avrebbe cambiato profondamente la fisionomia agricola ed economica dell’interoterritorio. Di quel tale si dice che veniva dall’America; Non si sa bene se dal nord o dal sud, seppure il termine brasiliano con cui queste arance sono solitamente indicate, fa presumere che debbiasi trattare del sud America. È  certo, tuttavia, che oggi ovunque spazia l’occhio, l’immagine si ravviva subito con il verde delle coltivazioni, tanto che su superficie di oltre 12000 ettari, ben 4000 sono coltivati ad arance. Non c’è azienda agricola che non le produca in grande quantità.

CARATTERISTICHE DELL’ARANCIA DI RIBERA

Colore della buccia  arancio chiaro Superficie papillata Forma da sferoidale a ovoidale con  ombelico nel polo apicale. Peso medio g.250 Buccia consistente Epoca di maturazione media precoce da dicembre in poi

Il Washington Navel presenta delle caratteristiche peculiari che lo contraddistinguono dagli altri tipi di aranci. L’albero si presenta piuttosto vigoroso e, in conseguenza a i rami orizzontali e procombenti, assume aspetto raccolto.             I frutti hanno pezzatura elevata, forma sferica o leggermente allungata e colore arancio intenso, tendente a rosso a maturazione avanzata. La base è di norma piana o leggermente depressa per la presenza di un collare corto. L’apice è piatto e un po’ prominente, con l’ombelico di dimensioni variabili, che può essere chiuso o aperto e che spesso, nei frutti con buccia più fina e nelle piante meno vigorose, è meno sviluppato.

 

 La buccia si stacca facilmente dalla polpa e ha spessore medio anche se può divenire alquanto spessa se le condizioni ambientali sono sfavorevoli. La polpa è croccante e ha colore variabile, in relazione allo stato di maturazione, tra il giallognolo e l’arancio intenso. La succosità è modesta e il succo dopo la spremitura, tende ad acquistare un sapore amaro per la presenza di limonina. La maturazione avviene nei primi di dicembre poiché i frutti resistono molto bene sugli alberi, la raccolta può essere rinviata di qualche mese. L’albero è vigoroso, con portamento globoso e con rami procombenti. Le foglie sono grandi, di colore verde intenso e con picciolo mediamente alzato.Se gli agrumi presentano numerosi aspetti di estremo interesse biologico il Washington Navel è da considerare un caso limite. Intanto i frutti sono caratterizzati dall’ombelico che si forma per la saldatura di una seconda e a volte, di una terza serie di carpelli. I fiori  sono androsterili, cioè non producono polline vitale. L’ovario presenta solo molto raramente sacchi embrionali perfetti e provvisti di ovuli normali. In genere sono completamente degenerate le megaspore e lo stesso sacco embrionale. I processi di micro e macroscorogenesi sono, quindi, anomali ed è questo un carattere genetico di estrema importanza. È proprio per la degenerazione del sacco embrionale, oltre che per l’androsterilità, che non si formano semi ed è questo che ha determinato il successo del W. Navel.  

IL WASHINGTON NAVEL NELLA ZONA SICILIANA DEL VERDURA

In Sicilia il Washington Navel o Brasiliano è rappresentato in tutte le zone agrumicole ed è in continua espansione, ma nel territorio di Ribera è coltivata con considerevole successo.

In Sicilia il Washington Navel o Brasiliano è rappresentato in tutte le zone agrumicole ed è in continua espansione, ma nel territorio di Ribera è coltivata con considerevole successo.  Nella zona si è determinata una situazione pressoché analoga rispetta a quella verificatasi a Riverside, e cioè una straordinaria vocazionalità che è di estremo interesse pe il sinergismo di fattori, climatici soprattutto, che sono sempre decisivi per il raggiungimento di standard produttivi e di qualitativi eccellenti. Nel Riberese l’orientamento varietale è quasi esclusivamente puntato sul W.Navel e si rilevano, inoltre, densità elevate di piantagioni. Si è arrivati, quindi, ad una certa specializzazione nel settore; i frutti, infatti, sono di ottima qualità, la polpa piuttosto croccante è gradevolissima e molto zuccherina.  La produzione del W. Navel in questa zona ha raggiunto livelli di 

piuttosto elevati, e,  quindi, sull’opportunità di estendere la diffusione si questa coltivazione non dovrebbero esistere dubbi.  I Riberesi sono riusciti ad ottenere un buon prodotto usando delle tecniche di coltivazione che sono frutto di anni di esperienza. Innanzi tutto si è cercato di adattare la concimazione al fine di produrre di più e meglio.  La Piana del Verdura, ad esempio, è costituita da terreno di riporto fluviale ed è quindi ricca d’azoto, per cui i concimi adoperati sono poveri di azoto e ricchi di potassio che dà al frutto finezza e precocità. La concimazione viene, inoltre, distanziata nel tempo, al fine si sfruttare al massimo le proprietà del concime. La prima concimazione di basale, viene effettuata in primavera, allo scopo di fornire la pianta di tutte le sostanze di cui essa necessita nel periodo di fioritura. L’irrigazione deve essere costante, in modo da non far soffrire la pianta per carenza d’acqua e mantenere il terreno costantemente umido. La zappatura deve interessare solo la parte superficiale del terreno in modo da mantenerlo pulito, non deve interessare le radici capillari della pianta. La prima zappatura deve essere fatta in primavere inoltrata in modo da non disturbare la pianta durante la fioritura e l’allegagione. Il W. Navel ha trovato nel territorio Riberese l’ambiente più adatto riuscendo ad estrinsecare al massimo le proprie capacità e caratteristiche produttive, raggiungendo i più elevati risultati. I Riberesi, inoltre cercano, mediante tecniche abbastanza progredite, di migliorare la qualità di questo frutto.

 

IL TURISMO

Oltre all’agricoltura Ribera da alcuni anni guarda con molto interesse al turismo. E non tanto per un fatto formale o di immagine. Agricoltura e turismo sono, infatti, due settori che, se potenziati e valorizzati convenientemente, possono completarsi a vicenda e contribuire al miglioramento complessivo del quadro economico. In tal senso Ribera ha tutte le caratteristiche ambientali per proporsi anche come meta turistica e più esattamente agro-turistico.

Distante appena 49 km da Agrigento, 130 da Palermo, 20 da Sciacca, 10 da Ereclea Minoa, è situata a pochi km da una meravigliosa spiaggia sulla quale si affacciano le sue borgate estive di Seccagrande, Borgo Bonsignore, Piana Grande e Torre Verdura.  La necropoli risale all’età del bronzo, è della stessa importanza di quelle di Pantalica Nord, di monte Dessuri e di Caltagirone, e conferma l’esistenza di insediamenti a Ribera sin dall’età del bronzo.  Tra le manifestazioni turistiche di richiamo si segnala “L’estate Riberese”, con manifestazioni canore, spettacoli, rappresentazioni  teatrali, tornei di pallavolo, tennis, basket,calcetto: notevole una “pedalata ecologica” nel giorno di Ferragosto con centinaia di partecipanti che da Ribera si recano in bici nella borgata estiva di Seccagrande.

 A Seccagrande abbondano i frutti di mare (i ricci soprattutto) che si possono raccogliere ad una decina di metri dalla spiaggi ed a profondità limitata. Si consiglia di mangiare l’ottima frutta locale, che viene venduta direttamente al consumatore nelle caratteristiche cassette soprattutto lungo il rettilineo di Ribera. Ottimo anche il vino locale.Tutte spiagge che in questi ultimi anni sono state dotate di ogni confort e di tutti i servizi sociali per ospitare turisti e villeggianti. Non mancano le strutture ricettive, specie se si considerano quelle della vicinissima Sciacca. A circa 4 km da Ribera sorge il Castello di Poggiodiana dove la leggenda vuole che fantasmi lascivi vi perpetuino orge millenarie, mentre, appena fuori centro, è possibile visitare una necropoli scoperta nel 1982 in contrada Magone-Anguilla-Casino. La necropoli risale all’età del bronzo, è della stessa importanza di quelle di Pantalica Nord, di monte Dessuri e di Caltagirone, e conferma l’esistenza di insediamenti a Ribera sin dall’età del bronzo. Tra le manifestazioni turistiche di richiamo si segnala “L’estate Riberese”, con manifestazioni canore, spettacoli, rappresentazioni  teatrali, tornei di pallavolo, tennis, basket, calcetto: notevole una “pedalata ecologica” nel giorno di Ferragosto con centinaia di partecipanti che da Ribera si recano in bici nella borgata estiva di Seccagrande. A Seccagrande abbondano i frutti di mare (i ricci soprattutto) che si possono raccogliere ad una decina di metri dalla spiaggi ed a profondità limitata. Si consiglia di mangiare l’ottima frutta locale, che viene venduta direttamente al consumatore nelle caratteristiche cassette soprattutto lungo il rettilineo di Ribera. Ottimo anche il vino locale.

SECCAGRANDE

La borgata di Seccagrande si trova ad una decina di km da Ribera. E’ una località balneare facilmente raggiungibile, anche da Sciacca ed Agrigento che nel periodo estivo si popola notevolmente. La sua spiaggia è bellissima, il mare è limpido.

Esposta su una collina che si affaccia sul mar mediterraneo, vi si può trascorrere una vacanza serena e piacevole.Notizie sull’esistenza della borgata si hanno sin dal 1856: Vincenzo Navarro, medico-poeta riberese, in un piccolo trattato (il primo forse) sulla storia di Ribera, parla della presenza di un grande fossato nel mare antistante la spiaggia, detto il fosso delle <<Locuste>> o Seccagrande.

Tra le manifestazioni, si segnala la festa in onore di Maria SS. Stella del mare (prima quindicina di Agosto) con suggestiva processione del simulacro montato su una barca. Molti i locali tipici.

 

 

Il lavoro é stato curato  dai seguenti insegnanti:

Francesca  Ruvolo ( coordinatrice), Giuseppina Pandolfi, Giuseppe Guarisco, Maria Camera, Nellina Triolo, Francesco Mazzotta, Francesca Sortino, Antonio Mulè, Francesco Giordano, Filippo Tallo, Giuseppina Cuccia. 

Con la collaborazione dell’assistente tecnico  Calogero Lino.

L’elaborazione è stata effettuata dalla classe III A comm./le coordinata dagli alunni   Silvia Naglieri, Antonella Mandese, Elisa Quartararo.

Ringraziamo il Dirigente scolastico  prof. Carmelo Mangione  per averci dato la possibilità di avere contatti con scuole di nazione diverse contribuendo allo sviluppo di una nuova coscienza europea

lino@itcgribera.it