Il  Mar  Mediterraneo  e  il  fenomeno  della  tropicalizzazione

Introduzione

 Il mar Mediterraneo è un mare intercontinentale che si trova tra Europa, Africa e Asia. La sua superficie approssimativa è di 2,51 milioni di kmq ed ha una larghezza di circa 6000 km.

Il Mediterraneo è un residuo dell'antico mare chiamato Tetide, il cui fondo, stipato di sedimenti, fu compresso da un movimento tettonico durante l'Oligocene, circa trenta milioni d'anni fa, quando le placche crostali africana ed eurasiatica entrarono in collisione. L'urto di tali placche, ancora in movimento, ha dato origine a imponenti formazioni orogenetiche, accompagnandosi a manifestazioni di instabilità. Tra queste si ricordano le attività vulcaniche, come quelle che hanno causato le eruzioni dei vulcani Etna, Vesuvio e Stromboli, nonché i frequenti terremoti che hanno devastato regioni dell'Italia, della Grecia e della Turchia.

Il Mediterraneo è collegato ad ovest all’Oceano Atlantico, attraverso lo Stretto di Gibilterra. Ad est raggiunge il mar di Marmara e il Mar Nero, e il Canale di Suez a sud-est lo collega al Mar Rosso. Esso è il più grande mare europeo, bagna 22 paesi in cui vivono 427 milioni di individui, e accoglie ogni anno 175 milioni di visitatori.

Il mar Mediterraneo rappresenta lo 0,82% della superficie acquea del pianeta, ospita 8500 specie di organismi marini macroscopici, il che lo rende un affascinante laboratorio per lo studio delle biodiversità.

Le vie d’accesso al Mediterraneo sono molteplici e spesso anche di difficile identificazione. La più nota, e forse la principale, è il canale di Suez, la cui realizzazione ha permesso la migrazione lessepsiana, il più importante avvenimento biogeografico della storia moderna, così chiamato in onore di Ferdinand-Marie Lesseps, il progettista del Canale. Nel 1869, con l’inaugurazione del canale che unisce il Mar Rosso al Mediterraneo, venne attuato il ricongiungimento tra due regioni biogeografiche (il Mediterraneo e l’Oceano Indiano) che erano rimaste isolate fin dall’inizio del Miocene, permettendo la più spettacolare invasione biologica mai registrata. Attraverso questa nuova via d’acqua sono penetrate nel Mediterraneo, negli ultimi 130 anni, oltre 250 specie di pesci, invertebrati e alghe provenienti dal Mar Rosso. 

I cambiamenti in atto 

In passato, la relativa stabilità della temperatura media del Mediterraneo ha permesso alla flora ed alla fauna marina di svilupparsi regolarmente, sia come distribuzione areale che a livello numerico. Negli ultimi decenni la temperatura superficiale del globo terrestre ha subito un aumento di circa un grado, influenzando gli ecosistemi esistenti e modificando il modo di vivere degli organismi marini, che ampliano le biodiversità di una determinata nicchia ecologica.

La CO2  e gli altri gas frutto della combustione, assorbono maggior radiazione solare, causando l’aumento della temperatura media del pianeta. Nell’atmosfera cresce anche la quantità di energia incamerata, provocando violente perturbazioni, piogge torrenziali e uragani con conseguenze gravi per l’agricoltura, la geografia terrestre e la distribuzione delle specie viventi. Il disboscamento mondiale provoca altresì una diminuzione della fotosintesi che, come si sa, fissa il carbonio nelle foglie e libera l’ossigeno.

Il plancton marino sviluppa un’intensa attività di fotosintesi, ma l’inquinamento delle acque profonde, la pellicola oleosa sulla superficie e i cambiamenti climatici limitano gli scambi nutritivi essenziali fra superficie e zone profonde, con tutte le conseguenze che tale aspetto comporta.

Il crescente sviluppo demografico, economico e tecnologico mondiale, il comportamento spesso poco rispettoso nei confronti delle risorse naturali, hanno innescato un meccanismo di sfruttamento assolutamente non in equilibrio con la natura. Bisogna comunque tenere presente che l’innalzamento della temperatura dell’acqua del Mediterraneo può anche dipendere da oscillazioni cicliche  e non necessariamente da cambiamenti generali. Il cambiamento climatico globale ha sicuramente un ruolo importante sulla tropicalizzazione del Mediterraneo, anche se i rilevamenti non sono storicamente confrontabili con un passato molto remoto per potere evidenziare l’aumento delle temperature medie annuali.

A causa dell’urbanizzazione, dell’inquinamento, dell’introduzione di specie alloctone, del sovrasfruttamento delle risorse ittiche e dei cambiamenti climatici, le specie a rischio di estinzione sono 12000, ben 2 mila in più rispetto al 2002. Nonostante le sfide ambientali siano ben note e la soluzione esista, finora l’azione di recupero del Mediterraneo non ha avuto successo per carenze di finanziamenti, scarso interesse politico, limitata sensibilizzazione dell’opinione pubblica e debole cooperazione istituzionale.  

Piano Horizon 2020 

Solo recentemente la commissione Europea ha proposto una strategia ambientale a lungo termine per la pulizia e la protezione del Mar Mediterraneo, iniziativa che va sotto il nome di “Piano Horizon 2020” e che prevede di eliminare le principali cause di inquinamento entro il 2020  promuovendo l’uso sostenibile del mare e delle coste.

I punti centrali della strategia sono:

- ridurre i livelli di inquinamento nella regione;

- promuovere l’uso sostenibile del mare e delle zone costiere;

- incoraggiare i paesi rivieraschi a cooperare sui temi ambientali;

- aiutare i paesi partner a sviluppare istituzioni e politiche efficaci per proteggere l’ambiente;

- coinvolgere le organizzazioni non governative e la società civile nelle decisioni ambientali che le riguardano.

Il fenomeno della tropicalizzazione 

L’aumento della temperatura delle acque registrato negli ultimi 30 anni ha reso il Mediterraneo sempre di più un mare del sud, modificando la biodiversità e i rapporti esistenti fra individui appartenenti a nicchie differenti.

Secondo uno studio effettuato dall’Istituto di Biometeorologia del CNR, se in ambiente terrestre si può parlare di aumento della temperatura come fattore limitante per gli organismi, in ambiente acquatico tale variazione si traduce spesso in aumento della biodiversità, sia a livello di fauna che di flora.

Molte specie marine che solitamente preferiscono vivere in acque calde si stanno trasferendo nel Mediterraneo attraverso il Canale di Suez e lo Stretto di Gibilterra. Cinquantanove dal mar Rosso e quaranta dall’Atlantico; tante sono le nuove specie ittiche penetrate nel nostro mare e che, pur arrivando sempre più numerose, non sempre trovano spazio sui banconi dei mercati e possono rappresentare un pericolo per i nostri pesci: dall’aumento della competitività all’ibridazione che ne diminuisce la riproduttività, ai pericoli per la salute dell’ambiente e dello stesso uomo. Da Gibilterra passano numerose specie atlantiche pelagiche, favorite sia dalle mutate condizioni ambientali, che dal passaggio di pescherecci i quali lasciano dietro di sé una scia di potenziale nutrimento; anche le acque di carico delle grandi navi cisterna rappresentano reali fonti di penetrazione per crostacei, pesci e parassiti vari, oltre alle specie importate per l’acquacoltura e l’acquariologia.

È stata così favorita l’introduzione di due specie di barracuda, (Spyraena crysotaenia e Spyraena flavicauda), parenti del nostro Luccio di mare, (Spyraena spyraena), e di tre specie di Ricciola: la fasciata, la atlantica e la carpenteri, ritrovate nel Tirreno meridionale e nel Canale di Sicilia.

Il Canale di Suez è il secondo veicolo di introduzione di specie che provengono dal Mar Rosso: il Portunus Pelagicus, un granchietto che dal 1929 viene segnalato nel nostro mare, o il Pesce palla (Sphoeroides cutaneus), o ancora il pesce Balestra (Balistes Carolinensis), il pesce Pappagallo (Sparisoma Cretense) o ancora il nudibranco Melibe fimbriata, o la triglia del Mar Rosso (Upeneus Moluccensis).

Le migrazioni non riguardano soltanto le specie esotiche: esiste infatti un fenomeno noto come “meridionizzazione”, per cui le specie esotiche termofile autoctone si spostano progressivamente verso Nord. Il pesce Serra, ad esempio, caratteristico del Mediterraneo più temperato, viene ora rinvenuto e pescato a latitudini più Settentrionali. Il cambiamento delle condizioni climatiche non è la sola causa dei mutamenti delle biocenosi marine: l’inquinamento e la pesca a strascico hanno la loro responsabilità nella diminuzione delle praterie di Posidonia oceanica, un’alga che oltre a produrre alte quantità di ossigeno contribuisce al consolidamento dei fondali e delle spiagge proteggendole dall’erosione, ma soprattutto costituisce un ambiente ideale per la crescita di pesci, crostacei e altre forme di vita. Lo sviluppo della Posidonia è fortemente minacciato anche da un’alga tropicale, la caulerpa taxifolia che si moltiplica a velocità impressionante ostacolando i cicli vitali degli altri organismi.

Altri danni sono stati provocati dalle nuove specie alle popolazioni ittiche già presenti: il pesce balestra, ad esempio, che si nutre nei paesi di origine di coralli e molluschi, ha recentemente attaccato e distrutto gli allevamenti di mitili in Puglia, così come il Pesce palla e il Pesce pappagallo, che si nutrono di invertebrati, hanno causato un forte decremento delle specie che popolano i nostri mari.

Ovviamente, di qualunque natura essi siano, i cambiamenti influiscono in maniera incisiva sull’ecologia e la biologia delle specie animali, sia marine che terrestri.

Il mare Mediterraneo è parte del nostro passato, è il nostro presente e sarà il nostro futuro. Sta al nostro buon senso ed alla nostra razionalità arrestarne il declino e salvaguardarne la biodiversità negli anni a venire. 

 

Hanno collaborato gli alunni : 

Irene Mulè, Ambra Scarpitta, Marco Naglieri, Michele Misuraca, Stefano Tacci, Alessia Aquè,

Antonio Argento, Nicolò Corsentino, Charlie Soldano

 

Docente responsabile: prof.ssa  Antonella Grisafi

Assistente  Tecnico   Calogero Lino                                                                                                       

Dirigente scolastico   dott.  Giuseppe Salamone